Lucia Fontana

opere grafiche e gouaches
2RC Roma – Milano

Maurizio Calvesi

1981

Fondo verde e strappo – gouaches

1966

Senza titolo (suite of six) – tavola 6 – opere grafiche

1968

Maurizio Calvesi e Valter Rossi

1981

Cartella da sei – tavola 3 – opere grafiche

1963

Senza titolo (suite of six) – tavola 2 – opere grafiche

1968

Valter Rossi e Giorgio Mantura

1981

Emilio Villa e Lorenza Trucchi

1981

Nudo rosa – opere grafiche

1967

Cartella da sei – tavola 2 – opere grafiche

1963

A cura di Emilio Villa
L‘ombra chiara

Torna nella luce una adorna corona di disegni d’ombra bianca di Lucio Fontana, da antica data a più recente; e in modo speciale una parte così devotamente, con venerazione, protetta da un’altra dolce ombra, Guido Le Noci, suo amico, che ha trattenuto-dalla dispersione, e con ansia, i corpi leggeri, gracili, e così ricchi di esistenza, come , in lunga discesa di fogliame, dell’albero profetico, confortato, assorto e incantato dei battiti, delle ceneri, delle vampate oscure, dei sonni effimeri, degli scatti segnati, incessanti, delle ricche censure del polso; insomma dei testimoni della vita e dell’angoscia, allo stato contemplativo, nutriti da Lucio Fontana, con la sua gioia caparbia e severa, memorata e omiletica, bianca; proprio kerygmatica, l’annuncio, l’enunciato, la cadenza, il lamento; come congiuntura, congettura.

Ci domandiamo: come fa a nascere e a crescere quel punto, quella intacca, quell’ictus? Che chiamano un fondale, un fondo, un’aura, da un baratro. E’ la fonte del non sapere. E noi, del resto, non sappiamo nemmeno come nasce e cresce un filo d’erba. Sono tante e tante, quotidiane, pagine popolate di radici e di riflessi ombrati, di prospettive non accessibili, di minuscole eternità, circoscritte, sollevate ed affondate; connessione, convinzione, conventus, raduno. Ogni « punto », ogni affondata, sia, dunque, questo; e sia anche altro, silenzio, lontananza, perdita d’occhio, e niente: ingenuo spazio tra caduta e fenomeno. Ogni foglio, ogni foglia agitata, è un ideogramma, morti i feticci, le figure. morti gli elementi, un panorama in embrione. Morto l’oggetto, Gegenstand, ob-jet, la persona resta a dividere l’elementare in sub-trasparenze.

L’oggetto è tramutato in mitogramma, che innesta l’esistere istantaneo, e ne accelera la costituzione in ordine ordito, univoco e simultaneo, e il groviglio, appassionato, coerente, come repertorio molecolare, biomorfologico si direbbe; radicale avvento, l’epopea del « concetto spaziale », l’invocazione, o preludio nasce così. Non sappiamo come sia correttamente da intendersi quel particolarissimo e individualissimo « concetto spaziale » che è quello di Lucio Fontana, da lui ideato e vissuto. Quella sua fulminea rincorsa intorno ai gruppi (gruppo, insiemi, sommatorie, coronarie, corollarie, concordanze, apparati, allineamenti, sottrazioni, dispersioni) di buchi, di frange, di graffi. Apparentemente la delimitazione continua di campo è la sezione orizzontale di una spirale impropria (ammaccata, quadratoidata); orizzontale, che poi si depone e si adagia su parete, che diventa, cioè, ovviamente, per ovvia deviazione anatopica, frontale. Svolazzo, rabesco, calligramma, limitare, in condizione muta? Quindi « campo », « punto », « taglio » in accezione incerta; ed è questa condizione, muta e anche cieca, tutta sensibile, pensata, emozionata, che dona alla proiezione impulsiva, pulsiva, esistenziata e contemplativa, di questa monotona e insieme così varia siglatura e punteggiatura, il suo tempo di trepidazione, il suo fraseggio, la sua ragione metrica di dubbio e di contesa: è la tensione propria di una grande decisione, ogni volta ricominciata, ogni volta ripetuta e iniziale nello stesso attimo, iniziativa: e definiamo « iniziativa anamitica », cioè assente da mito. Certo che la sua superficie di« concezione spaziale » sarà da ritrarre come decisiva sconfitta e tenace rifiuto del geometrico, del poliedrico, dell’assonometrico, del prospettico, del solidificato, del polimaterico, dell’asperità del sobbalzo, cioè delle convenzionali antiquate normative simboliche: questa povera piccola irosa ombra del forato sulla superficie è una delle grandissime operazioni etimologiche compiute dalla pittura oggi.

Potendo adagiarsi ora in queste purissime, brachilogiche e intensificate aree di proiezioni elementari; proiezioni moltiplicate da una inarrestabile determinazione, noi potremo trovare la chiave della esile e madornale metafora che la genialità di Lucio Fontana ci ha consegnato. Lo spazio, in Fontana, emblematizzato l’impulso e devitalizzato l’inganno, riaffiora ed è solo un immagine sola e coerente dell’immaginario tessuto, arresto preagonico e agonista dei vuoti dell’anima in radice e senza centralità, senza centro; è ricerca della abbreviatissima misura che coincida con la nostra, umana, inanità: minima unità, minissima identità, in piano superno e parallelo di ascesi lieve, come sfumata.Il pensiero sempre conciso e concitato, pieno di mira e di emozione, come in vista di preda, abolite le obiezioni, in visita di austero ineffabile compitare, la tabula, le insegne di Fontana contengono nel loro bagliore semplice, il riverbero di una libera felicità, e insieme una felicità non ragionata, inspiegabile, ossessiva. Contengono periodi di silenzi superlativi, privi di conforti, aridi e ombrosi, adombrati-in nuda vertenza; percorsi di conoscenza trasognatadi trasparenze, di dormiente e oziosa (deus otiosus) intellezione creativa (appunto il deus otiosus che passeggia nell’eden, a prendere la pura frescura, e senza più il « fare » o « immaginare » il da farsi); e segrete infantili (infante, che non fabula, che non parla) procedure rannicchiate dentro il gesto (il moto anatomico, s’intende; in sé rivelatorio) del sigillo senza nome; la carica animazione che muove ciò che deve rimanere inanimato: quindi punto e scavo, sgraffio e traccia di natura vivente, il colpo lanciato liberato dove si legge la forza del debole, dell’innocente, del lungimirante.

Persuaso della vanità dell’arte, Fontana ha tradotto la pura evidenza paratopica del mondo in segnali di ragione, in battiti e strappi di cognizione bianca, ombrata, in risospinta rifluenza: il frammento di tempo, il brandello di vita, come verbum urens, un punto vibrato, punzonato; il buco, abbiam detto, come sommaria attestazione del profondo, astanza del deserto, sua eredità, come l’eredità nella promessa del patto tra Dio e Abramo, distanza, extensio, fuga: il punto (la ferita), lo strappo (la feritoia), è paragonabile alla grande intuizione antica, linguistica e cosmologica, della Grazia nella sua erranza, secondo la concezione Gnostica, come Verbum sub sabulis, 1ógos bypò psámmon (negli ‘Oracoli’, psamathedón, cioè « in numero infinito, come i granelli di sabbia sulla spiaggia », con già la attestazione di epigea senza fine, come nel patto abramita) e il taglio, (caro sub sabulis, sarks kypò psámmon) carne sotto la sabbia, carne sotto la facies del mondo, il divenire stesso del mondo si contrae in gesto senzariparo, di zelo, illusione, destrezza, amore della vita nel vuoto che la stringe, a indecifrata testimonianza di evocare l’omogeneo sotto la superficie data: scelta come deserta di sangue e di memoria, e solo segnalata, obsignata, la superficie cui chiedere, captare, rapire in veloce aggressione, appunto l’omogeneo, l’indicibile, il dictum perenne, il 1ógos aiónos, il pensare del tempo, secondo la mente Gnostica.

Ma il segno come colpo, che smuove e rinnova incessantemente l’antico modello puro, il modello della « concezione spaziale » di Fontana propone, con animazione, l’incontro analitico del deserto della fantasia interiore con il potere dell’occhio, sorpreso e individuato dall’unità di misura: i moti lineari della mente presenti in acquiescenze, in pause e in arresti, e prima che l’occhio si incontrasse con il mondo; il nostro cadere, il nostro giudizio, la nostra giustezza: un punto, uno spiraglio, una botola, un prestito di sconosciuta libertà, di innocenza, di convalida, un Autophysical journal. Ogni appunto è un attimo puntuale di stupori o di tranelli, ripetuto e in s’e irripetibile; il punto scavato e rimosso evoca con una antica fiducia, con depurata immaginazione, una percentuale cosmogonica: come il diritto di un colpo di palpebra appena battente a segnalare, significare, un testo, una trama, un sistema di traiettorie, un habitus di veemenza, un mito di occulta energia, una chiamata, un arcipelago inchiodato, una galassia inchiodata, un multimillenario paradigma di universo semplice, .istantaneo, simultaneo. Brevi sospensioni, brevi parentesi, attratte dentro il vuoto minimale del libero salto, nella separazione, nell’equilibrio dell’immobilità, nella caparbietà della durata senza numero, rassicurante e irrequieta nella fase contesa della rivelazione, dell’assurdo e del reale liberati da necessità e da mimesi, da pressione e da normazione: quindi, con tale tavola sinottica di interiore acrobazia, così vicina alla morte, la vuota speranza di riacquistare un animo futuro come puro spettacolo deserto per una festa universa.

Guardiamo, con animo sgombro dalle falsità del figurare, queste tavole bianche bucate: cercando di immaginare la distanza che separa filitura spacco buco dalla loro miracolosa verità. I toni dominanti, le convocazioni e aberranze, tonfi e accumuli, ricorrenze e strati, arresti e fluttuanze; la distribuzione a soprassalto e a tavola magnetica, a flessioni multiple e meandri; con rifiuto di centralità e di frontalità, con nozione Gnostica di « campo », dove « imprimere » o « computare » > « punzonare » o « dimenticare », punti a corimbo, a costellazione, come sentenze isolate, definitorie, sillabe anatopiche e molecole campioni; grafie delicatissime, istrioniche unghiate di uno smarrimento impietoso, in via di abbandono a ombre limitari, di soglie rifiutate, computo a similitudine di calcolo celestiale; la goccia con l’idea del peso e lo zampillo saliens in vitam; atmosfera d’esilio riluttanza a inutile patria, scabrosità mentale dove si identificano superficialità e insondabilità, il non iniziato e l’ultimo (èschaton) singolare.

Per questo accompagnamo e salutiamo, senza più dire o ridire, l’ombra chiara riapparsa di Lucio Fontana.