Simone Lucietti – CAMPO (ACU)MINATO

2001

Acum

2000

Eerie

2000

Acum

2000


A cura di Gianluca Marziani

Pensiero. Manualismo. Ambiguità visibili, tattilmente ambivalenti. Ambivalenza delle forme e dei loro significati plausibili. Oggetti che lavorano sui nostri sensi, sulle pulsioni primarie. Sul pensiero. E che agiscono in noi attraverso un meccanismo primitivo e culturale. Cosa ne scaturisce? Un progetto inclassificabile, sintetizzato con idee mature e una manualità decisa.

Le opere in questione potrete ammirarle nelle pagine seguenti e nel live-set della galleria. Il loro autore si chiama Simone Lucietti. Arriva dal Veneto per “pungere” Roma assieme alla sua seconda personale. Anche questa dentro lo spazio della 2RC. Sotto la guida di Simona Rossi. E (oggi) di un sottoscritto che annusa le ambiguità creative dal pensiero fluente (ed inclassificabile).

Cosa nasce dalla testa (pensiero fluente) di Lucietti? Nella mostra dei 1999 aveva inserito le targhette dei pericolo di morte tra superfici di peluche colorato, tra borchie in alluminio o tra griglie dal disegno optical. Oggi sono gli spuntoni acuminati uno dei suoi (s)punt(on)i centrali. Le grosse spine in legno ricoprono strutture aggettanti, cubi o pannelli voluminosi, elementi verticali come la scala impraticabile o le stalattiti che scendono dal soffitto. Le forme spinose sbucano spesso da (finte) pellicce maculate e da altre superfici con morbide presenze. Colori rosa confetto o giallo acceso, grigio nebbioso o azzurro rilassante, bianco accarezzabile o rosso carico. Una gamma che si incide sul modulo caldo di quei tessuti erotici, caldi per natura, fascianti.

Ma proprio qui inizia il cortocircuito. Dal momento in cui ogni certezza tangibile incrocia il suo opposto e l’apparenza dei suo opposto. Per opposizione si intenda il legame delle pelli con la durezza dei legno e con gli aculei affilati. Avrete immediata percezione di uno stridore micidiale: bellezza morbida che attira, durezza violenta che respinge. Di fatto, la forma ambigua crea un contrasto solo apparente. Intuiamo conflitti che in realtà nascono dal nostro sguardo, dalle abitudini sociali, da svariate imposizioni storiche. Lucietti unisce elementi piacevoli e respingenti. Segnala il pericolo mescolato alla tattilità, l’istinto di avvicinamento alla ragione della distanza. Invita a rilassarsi mentre avverte di un ipotetico allarme. Contamina il piacere coi dolore, il bene coi male, il bello con la stranezza. Rende anomalo ciò che di solito accarezziamo o evitiamo. Alla fine non sappiamo se impaurirci per lo spuntone o per la pelle colorata. Ci insegue uno stato di confusione totale, di accadimenti senza più controllo. E qui prendono spazio i nostri modelli istintivi di bellezza. Dove si altalenano le paure e le soddisfazioni. Alimentando la forza delle decisioni più autentiche.

Lucietti stuzzica il feticismo che porta verso le cose colorate, soffici, accoglienti come carezze profumate. Al contempo, ci ricorda quanto le entità violente possano soddisfare i lati oscuri dell’umana specie. Un continuo contrasto tra elementi che si respingono mentre si attirano. Un progetto che, similmente alla coscienza umana, si ciba di innaturali ma inestinguibili controsensi.

Il fetícismo è da sempre desiderio, pulsione a possedere ciò che la nostra testa rende prezioso. Soltanto noi decidiamo le regole dei feticismo. Scarpe affilate dal tacco alto, calze autoreggenti e piedi femminili restano forme note della passione maschile che sublima il sesso dentro alcuni dettagli assoluti. Ma il feticismo va ben oltre, verso inaspettate e originali selezioni. Verso una pelliccia colorata o una spina. Verso il solletico o il dolore. Verso una mano che carezza o che lascia segni brucianti. Il feticismo è corpo e spirito in un collegamento perfetto. Il feticismo è ambiguo per sua natura.

Ambiguità e ambivalenza. Due termini che Lucietti tesse attorno alla fisicità volumetrica dei pezzi. “Ambiguo” diventa un termine cruciale per la nostra era elettronica. Il progresso informatico cresce a dismisura, modificando la percezione dei tempo e dello spazio. Di contro, la digitalizzazione e la microtecnologia si collegano ad architetture urbane più elaborate, a trasporti veloci, a modifiche della carne e ad altro. Le nuove tecnologie agiscono sul corpo delle cose, sulla materia plasmabile, sul vero sanguinolento. Non servirebbe un’elettronica finalizzata alla propria virtualità. I computer migliorano il nostro lavoro, la chirurgia plastica aiuta la bellezza, i nuovi materiali salvaguardano la salute. Insomma, ogni evidenza funziona sempre nella sua logica ambivalente. L’ambiguità dell’efettronica sta nella materiale dipendenza dai corpi pesanti. Similmente, la fisicità si assicura un migliore futuro attraverso i contributi delle ultime tecnologie.

Ambiguo è tutto ciò che detiene una complessità epocale.

Ambiguo è il progresso.

Un’ambiguità è un risvolto necessario affinché le applicazioni siano evolutive.

Un’ambivalenza appartiene ad ogni forma ambigua del nostro presente.

L’ambivalenza riguarda la migliore arte contemporanea. Quella che nasce con molte domande e nessuna risposta. Quella in cui le forze opposte generano un conflitto.

Lucietti rappresenta un confine sottile tra la scultura e il quadro. Il suo mondo mescola pittura e volumi con intelligenza inventiva, sensibilità per i materiali e profondità dei contenuti. La sua arte resta ambivalente nel percorso mentale, ambigua nella forma delle opere. Di conseguenza, l’ambiguità nasce coi pensiero: e le ambivalenze si celano dietro ogni aspetto esteticamente ambiguo.

Comunque, maneggiare con cura.