Afro

disegni e gouaches – 1939-1975

Testo di Giovanni Carandente

La ‘qualità memoriale di una pittura’ chiamò Cesare Brandi la sottile nostalgia della natura e delle cose viste e vissute che Afro captò nei disegni e nei dipinti per quasi tutta la sua esistenza. Un’esistenza che in non pochi rimpiangiamo, cosí serena e limpida, onesta e poetica essa fu: e il vuoto non s’è più colmato.

Di Afro si dovrà ancora dir molto, in un reale ristabilimento dei valori’ della pittura italiana di questo secolo (o questo è un parlare che ormai più non s’ascolta?).

Le stagioni di questo travagliato secolo si sono già consumate quasi per intero. Afro venne dopo la primavera delle avanguardie ma visse tutto il tempo dei buoni frutti fino alle soglie di un autunno che, anche per sua virtù, s’annunciò sfolgorante, e poi s’è spento. Della sua generazione è stato tra i massimi nel mondo. Basti guardare alla qualità eccezionale di quel che ci ha lasciato.Afro usava tre tecniche, tutte e tre miranti all’unico fine di rendere con i mezzi della pittura un’immagine poetica e luminosa.

La prima fu quella dei disegno che da una matrice surrealista, ma dissociata (per dirla ancora con il Brandi), in quanto l’altra componente, prima che in Matta e in Gorki, era da ricercare in Kandìnsky e Klee, giungeva al puro astrattismo, linee e ombre, segni e lievi velature senza spessore, come un alito. La seconda tecnica fu quella dei ‘collage’ di matrice cubista, ma ripresa a fine esclusivamente pittorico, non compositivo. Afro usava dipingere su cada come pochi altri pittori dei suo tempo. Quelle carte, come nel favoloso Oriente (qualche anno fa sapeva ancora esserlo!), quelle carte sottili e rilavorate, chi lo vide all’opera le ricorda come brandelli di luce. Le acquarellava, le graffiava, le stemperava, poi le accostava o le sovrapponeva in un misterioso affascinante ‘puzzle’ che s’accostava ai segreti della realtà restandone di qua dalla soglia. I disegni e i dipinti (non v’era distinzione tra le due maniere) finivano per perdere la consistenza di opere su carta, prima perché Afro li lavorava talmente che le varie stratificazioni divenivano materia trasparente, effetti di pura pittura, poi, perché faceva ‘maroufler’ i fogli dal suo fedelissimo e insostituibile rintelatore Un Afro originale, oggi lo si potrebbe riconoscere da un falso, se mai ne potessero essere tentati, anche per questo dato materiale inconfondibile.

La terza tecnica era, ovviamente, la pittura ‘tout court’, nella quale, tuttavia, il metodo di lavoro restava lo stesso. Dipingendo direttamente sulla tela, a volte quasi senza la benché minima preparazione, Afro usava quegli stessi brandelli luminosi di carta, per velare uno o più punti del quadro che per un certo tempo dovevano restare ciechi. Rimuovendoli poi, constatava se il ritmo che egli aveva voluto imprimere ai dipinto fosse quello giusto. La pittura di Afro non essendo mai bidimensionale come in Poliakoff, acquistava con quelle sovrapposizioni di velature raffinate due specifiche qualità, una radiante luminosità e una profondità spaziale come nell’astrattismo s’era visto soltanto al tempo dei primi Kandinsky.

Queste tre tecniche miravano, com’è chiaro, tutte allo stesso scopo, sicché le quantità di qualità in tutte e tre si equivalgono.Finora, per la riservatezza estrema nella quale Afro avvolgeva il suo lavoro, accessibile a pochissimi amici (e quell’amicizia fu per chi l’ebbe un bene supremo) tanti fogli come questi che ora vedono la luce erano restatì il diario segreto della sua vita. E Afro ne era gelosissimo.

Eppure senza queste opere, che ora si possono vedere sciorinate l’una accanto all’altra, delicate e imponenti allo stesso tempo, la storia della pittura in Italia dopo la seconda guerra mondiale non solo non sì potrebbe scrivere, ma nemmeno si potrebbe immaginarla in un contesto finalmente – dopo tanti provincialismi – mondiale.

E l’augurio è che queste pitture tornino a varcare i confini nostrani, come nei felici anni Cinquanta e Sessanta in cui furono create. Dal ricambio internazionale si potrà capire più facilmente il posto che ad Afro spetta sulla scena pittorica di questo secolo.