Stamperia 2RC

L’inizio della storia
Via Flaminio Ponzio

Roma
Testo di Valter Rossi di La vita è segno

Tutto sbarbato, reso un po’ borghese dall’Urbe, Franco Cioppi, il cugino artista di Eleonora, si affacciò al momento giusto, proponendoci un progetto che, in qualche modo, ci portava a rivivere ciò che avevamo amato nel periodo studentesco: “il mondo dell’arte”. 

Questo provocò in noi un interesse immediato al punto che, in pochi giorni attivammo un piccolo studio sul monte Aventino con l’intento di sperimentare nuovi modi di intendere la ricerca delle tecniche grafiche.

L’amore per la stampa d’arte si manifestò immediatamente, anche perché Franco mi proponeva, giorno per giorno, tecniche che aveva realizzato in modo eccezionale. Lui le aveva pensate per una sua ricerca pittorica e anche se avevano dato buoni risultati erano empiriche. Non era che l’inizio di una profonda e inesauribile ricerca.

Per procedere in modo corretto, si doveva partire da zero. Dovevamo capire come potevamo proporci in veste di innovatori della stampa d’arte rimanendo nei canoni, ma senza diventare accademici. 

Sapevamo di occupare quella posizione scomoda, mal valutata, di “tecnico artista” che spesso creava false interpretazioni, ma andava finalmente definita e superata.

La risposta la diede Lucio Fontana. Lui ci fece capire, con i suoi lavori, quanto la lettura di un’opera d’arte poteva essere così lontana e indifferente per uno che non sapeva leggerla, e, allo stesso tempo, così vicina e necessaria per altri. 

Ci dimostrò come non esistono confini di comprensione, purché si trovino le chiavi di lettura che, nel suo caso, erano di vera libertà. Dava spazio a tutti con la sua umana generosità e, ancor più, con la sua pittura, aprendo voragini di conoscenza ai giovani e futuri artisti di tutto il mondo, non facendone però mai sentire il peso. 

La sua genialità seppe cogliere a tal punto il senso del termine “spazio” che, con un semplice gesto, aprì al mondo lo “spazialismo”, forse la prima consapevole “pittura scultura”. 

Il famoso taglio della tela, quel semplice gesto, assolutamente “concettuale”, fu l’attimo di poesia che mancava.

Un giorno mi trovavo nel suo studio a Milano mentre firmava una tiratura di litografie stampate da altri e mi disse: “queste stampe le firmo ma non sono soddisfatto… tu sapresti far meglio?”.

Era la sfida che attendevo!

Quella che serviva era una cristallina semplicità. Eravamo pronti a rinunciare, forse, a tutto ciò che fino a quel momento avevamo sperimentato, trasferendoci nella sua dimensione grafica, come se venissimo da un limbo incontaminato, dove Fontana ci attendeva. 

Non fu difficile trovare le giuste indicazioni perché, per Lucio, la carta era un supporto ideale. 

I metalli, poi, lo intrigavano, ne vedeva sempre la parte esposta, la terza dimensione era sempre solo spazio immaginario con tutta la sua leggerezza e immensa profondità.

La superficie pura delle lastre di rame che avevamo preparato non lo intimorì minimamente; fiducioso, come sapeva essere, non aveva dubbi sull’impegno che ci stavamo mettendo e si accordò immediatamente con noi. Così, senza accorgerci, si realizzò forse la prima “incisione spaziale”.

La carta si apriva alla terza dimensione sotto la pressione del “torchio” che insisteva sulla lastra con uno sforzo tale da farlo saltare. Forse avevamo chiesto troppo a quella prima nostra macchina. 

Con quella iniziale serie di incisioni, Fontana vinse il primo premio di grafica a Tokyo. Ricordo ancora con quale entusiasmo e convinzione ci presentò un giorno al gallerista Bruno Herliska alla Galleria Marlborough di Roma, galleria dove Lucio esponeva: “Non dire bravo a me! Senza di loro queste opere non sarebbero mai nate… sono tecnico poeti… insomma, artisti…! Devi assolutamente lavorare con loro!”.

Nello studio di Fontana, in Corso Monforte a Milano, si respirava sempre un’aria di spontanea cultura. Nessuno ti forzava a colloquiare e, pur nel silenzio, riuscivi a trasmettere la tua curiosità solo osservando lo svolgersi del lavoro. 

Fontana spiegava con parole semplici ciò che stava realizzando e, alla fine, il più sorpreso era lui, come un bimbo che scopre nei suoi primi segni la presenza di un elemento o forma conosciuta.

Non aveva certo paura di sembrare barocco, né troppo elegante, anzi amava utilizzare, con grandi rischi, materiali e colori, sorprendendo e meravigliando anche i più critici per il rigore che, alla fine, le sue opere riuscivano ad esprimere.

E la parola “elegante” si addice in modo assoluto all’uomo Lucio Fontana che aveva una presenza straordinaria, una raffinatezza innata, un Clark Gable, per le signore.

Le stesse frequentavano il suo studio, prese dal suo fascino, il sabato, per il “momento della figurazione”, facendo da modelle, per lo più nude.

Continuò ad essere una costante per tutta la sua vita.

Ricordo che al nostro ultimo incontro, avvenuto nella sua casa sul lago, mi disse: “Questo posto per la mia salute va bene!… l’unica cosa che mi manca… è di non poter toccare il sedere di una bella donna”.

Le incisioni di Fontana furono la vera presentazione che ci permise di alzare il mirino e avvicinare artisti fino a quel momento impensabili.