Long Island – South Hampton – Semen

1986

Francesco Clemente viveva già da tempo a New York, i suoi passaggi a Roma erano sempre troppo brevi per poter dedicare il tempo necessario ad una prima esperienza con il nostro studio. 

Pensò di poter realizzare delle litografie per conto suo, lavorando le lastre nel suo studio di New York e poi, successivamente, spedirle a noi per la stampa. Il progetto non mi interessò e non feci nulla per aiutarlo; mi limitai ad inviare tutti i materiali necessari, e attesi…

Successivamente, fu l’editore tedesco Schelmann che ci chiese di riprendere i contatti con Clemente per fare una grande incisione. L’artista desiderava farla con noi. Fummo felici di questa opportunità, perché nel frattempo avevamo aperto la stamperia a New York, così vicina allo studio di Francesco da poterci andare a piedi. Un’occasione unica che sfruttammo immediatamente.

Lo sguardo di Francesco Clemente è, secondo me, la cosa più evidente di quell’Artista. Non solo in senso fisico, ma ancor più in senso poetico, filosofico e trascendentale. I suoi personaggi, gli elementi che fanno parte delle sue innumerevoli composizioni passano dal suo sguardo ad uno superiore che lo scruta dall’interno e fa volare la sua fantasia in uno spazio senza tempo, in luoghi dove non importa chi sei, al di là delle razze.

Il giorno in cui, nel suo studio, vidi Francesco Clemente utilizzare la tecnica dell’acquerello, mi resi conto con quale concretezza e determinazione controllava la nascita della sua opera. Lì decisi da dove partire. 

Il primo lavoro importante fu un’acquaforte, acquatinta e puntasecca per l’editore Schelmann. Probabilmente la scelta del soggetto e la dimensione ci imposero, inizialmente, una ricerca che sfruttammo subito, realizzando con il pretesto di conoscerci, due piccole, fresche acquatinte, due suoi ritratti. 

Lo stare a New York, così vicini, ci consentiva praticamente di non avere orari. Francesco poteva presentarsi in qualunque momento, spesso lavoravamo anche di notte, arrivando distrutti al mattino.

La nascita di “Semen” fu un’esperienza scioccante e irripetibile, con un risultato così positivo da annullare gli aspetti negativi che invece fummo costretti a subire durante il percorso tecnico iniziale. 

Premetto che l’attrezzatura installata a New York, nello studio, era partita dall’Italia progettata in tutti i particolari per adattarsi allo spazio che, allo stesso tempo, doveva essere stamperia, luogo di rappresentanza, show room, abitazione per noi e contemporaneamente spazio per poter ospitare un artista. 

Pareti mobili, veneziane e piante che Eleonora pretese che fossero presenti, facevano da sipari.

Quando si lavorava su lastre di grandi dimensioni tutta l’attrezzatura si espandeva prendendo il massimo dello spazio utile, invadendo spesso anche aree destinate ad altro con vasche per l’acido di dimensioni superiori a due metri per uno. 

Le vasche, spinte su ruote appropriate, potevano sparire dopo l’utilizzo per dar spazio ad operazioni successive.

Quella famosa notte, era circa l’una del mattino, dopo aver trattato le lastre con più morsure d’acido (percloruro di ferro), decidemmo con Francesco di cambiare tecnica e di procedere con una nuova acquatinta per trattarla successivamente con pennello.

Questa decisione ci portò a rimettere al suo posto la vasca con l’acido, spingendola dall’esterno per farla entrare sotto la vasca fissa.

Tutto avvenne in un attimo. Una delle quattro ruote che sosteneva la vasca cedette sotto la nostra pressione e, senza rendercene conto, il liquido pesantissimo si accumulò verso la parte che stava cedendo e, come in un sogno, eravamo tutti e tre impotenti davanti a quanto stava accadendo. 

 Eravamo circondati da un amalgama velenoso, impotenti e sbalorditi allo stesso tempo. Da dove si doveva cominciare? Potevamo uscire da quell’incubo? 

Forse la stanchezza ci fece scoppiare in una risata infantile che ci permise di reagire inconsciamente. Per prima cosa, mettemmo Francesco nella condizione di guadagnare la porta, togliendolo così dal nostro imbarazzo.

Finalmente, tre ore dopo il disastro, eravamo immersi nella vasca da bagno, con due bei bicchieri di vodka, certi di aver superato una prova estremamente faticosa.

Avevamo la sensazione di aver pagato molto poco, in rapporto alla violenza subita in quei pochi attimi, e di poterci cullare nel tepore e nell’incoscienza che pian piano avanzava, portandoci ad una profonda dormita nel nostro letto rilassante.

Alle sette del mattino, il campanello insistente alla porta ci richiamò dall’incoscienza e ci portò in una realtà allarmante! 

Dopo aver aperto la porta di casa e visto il giovane architetto del mega “Studio di Architettura” del piano di sotto, col viso contratto e le mani piene di percloruro di ferro, fummo paralizzati, pensando alle conseguenze che si potevano attivare da quel momento.

“What is this…?” fu la domanda, “un sale” fu la mia risposta, e non era una bugia, in quanto in chimica il percloruro di ferro è considerato un sale pesante, e continuai: “in verità, questa notte abbiamo avuto un piccolo problema ma, prima di parlarne, vorrei capire come questo sale è arrivato nel tuo studio, potrei venire a vedere?”.

Il pesantissimo e maledettissimo acido si era infilato lungo i tubi del riscaldamento ed era precipitato al piano di sotto, proprio sul marmo bianco, base e sostegno del computer più avanzato e sofisticato che si poteva pensare per uno studio di architettura a quell’epoca, sfiorandolo di pochi centimetri.

Ci eravamo salvati! 


Valter Rossi