Mantouck

1990 – 1991

Mantouk, la punta estrema di Long Island, una casa incredibile arroccata sul mare, precedentemente abitata da Andy Warhol, una natura assolutamente integra e selvaggia in preda ad ogni vento. Solida e severa, era un rettangolo ideale senza fronzoli come una torre medioevale. Ci dava la sensazione di un vero distacco dal mondo ma non da quello creativo in cui Julian si muoveva.

Quello spazio che, pur grande, era insufficiente per contenere le sole tele che l’Artista trascinava, di notte, sugli asfalti dei free-way circostanti per esasperarle.

Per poter lavorare ai suoi grandi cicli, allestì un grandioso studio nel giardino, una specie di anfiteatro, dove riuscimmo ad avere uno spazio tutto nostro.

Qualche problema esisteva, perché, nelle ore più calde della giornata, l’acido, che usavamo abbondantemente, si asciugava subito annullando, in parte, l’effetto di morsura.

Il sole che ci sovrastava partecipava sin dal mattino alla nascita di una serie straordinaria di incisioni e, al tramonto, ci obbligava ad interrompere e ad attenderlo sino al mattino seguente, dandoci così il tempo di capire dove eravamo e poter tirare il fiato.

Nella casa non c’era l’abitudine di alzarsi presto, così ne approfittavamo per andare a giocare a golf in un campo, vicinissimo, sul mare. Purtroppo la nebbia, ogni mattina, invadeva la costa e all’inizio ci impediva di godere il paesaggio circostante.

Pian piano il sole predominava, il paesaggio appariva come un miraggio, aggiungendo anche i suoni che la nebbia aveva assorbito. La luce sempre più forte scopriva, ai nostri occhi, il miracolo di una natura incontaminata.

Vedendo lavorare Julian, sulle sue grandi opere, ci rendemmo conto che le lastre un metro per due, inviate dall’Italia, erano troppo piccole. Il suo modo ampio di affrontare i soggetti non poteva sopportare dimensioni inferiori ad almeno due metri per un metro e mezzo.

L’unica soluzione fu di utilizzare due lastre sovrapposte sull’altezza di un metro. Arrivammo in questo modo ad avere la superficie desiderata.

Schnabel, in quei giorni, passava dalle tele dei suoi soggetti alle lastre, utilizzando gli stessi pennelli, con gli stessi ritmi e tempistiche. Il risultato che uscì dai torchi dello studio di New York ci tolse ogni dubbio. Aver preso la decisione di utilizzare le doppie lastre fu l’idea vincente.

Eravamo entrati nel mondo dell’artista sfruttando tutte le sue potenzialità, le opere “Flamingo”, “Tango” e “Pandora” si presentarono in modo prepotente.

La routine abituale, che avevamo dovuto abbandonare per i motivi climatico- ambientali, era stata sostituita dalla nostra esperienza, quasi incoscientemente, prendendoci per mano, dando libero sfogo alla parte ottimistica di noi, senza riserve.


Valter Rossi