Alberto Burri

opere grafiche – 1959-1977

Testo di Vittorio Rubiu

Nel 1959, quando inizia l’attività d’incisore vera e propria, Burri prosegue in realtà intenti simili a quelli svolti in pittura, ma, di questa, naturalmente  sceglie quei lati che si prestano ad una tecnica che sta fra la incisione e la calcografia. Così la prima Combustione dell’Edizione Castelli (1959) è eseguita  in tecnica mista e l’impressione che fa è molto simile a quella  di una combustione diretta.  Anzi via via che la tecnica si affinerà questa impressione potrà portare quasi a un’indistinzione, tanto perfezionata è la  ripresa degli effetti della bruciatura e del rilievo.

Non diversamente la Muffa (sempre del 1959), sebbene ridotta al bianco e nero; e dove i piccoli segni neri, vaganti, specie di bacilli virgola ingranditi, conferiscono una particolare inconsistenza al piano di carta dell’incisione.

Compaiono poi, nel 1962, le tre incisioni all’acquaforte ed acquatinta, che vengono eseguite per il volume di Emilio Villa Variazioni, edito dalla Fondazione Origine e stampato dalla 2RC. Di queste tre incisioni, l’una faceva da copertina e le altre due erano inserite nel testo. Inutile dire che non erano delle illustrazioni. Qui la ricomparsa di sottilissimi segni filiformi magri e duri, che sembravano quasi, come fili elettrici, dover scoccare scintille quando s’incrociano, restituisce bene la particolare aggressività che l’opera di Burri sempre contiene.

Seguì, nel 1963-64, una Combustione (2RC),  anch’essa ad acquaforte ed acquatinta, ma in cui l’acquatinta riesce a riprodurre in modo stupefacente la carta lambita dal fuoco, quello stadio intermedio fra la carta avvampata e la carta bruciata, che sembrerebbe impossibile ad ottenersi altrimenti che con la fiamma.

Dopo questa Combustione fu la volta, nel 1965, di una cartella di sei Combustioni ancora in acquaforte e acquatinta, in cui la frammentazione della carta bruciata arriva  a suggerire una sorta di sospensione nello spazio, che qua e là l’alone giallognolo della carta avvampata avvalora con un sinistro bagliore notturno.

Nel 1967-68 è composta la cartella di Sei Bianchi e Neri I, realizzata con una elaborata tecnica di litografia, calcografia e collage di acetato (2RC), che naturalmente rispecchiano un momento simile della pittura, eppure riescono ad avere una loro indipendenza grafica rispetto ai dipinti. Fu questa serie che attirò l’attenzione anche dell’Accademia dei Lincei e meritò l’assegnazione a Burri del Premio Feltrinelli per la grafica nel 1972.

Per un volume di Omaggio a Ungaretti Burri nel 1969 realizzò una Combustione in acquaforte ed acquatinta (2RC), come una strana impronta lasciata nella pietra da qualcosa di preistorico.

Allo stesso anno 1969 appartiene una cartella di sei tavole realizzate in serigrafia e del tutto diverse dalle grafiche precedenti. Si intitolano Lettere e vi compaiono dei colori ai quali la pittura più conosciuta (ma non certe tempere tra la fine degli anni quaranta  e i primi del cinquanta)  era  stata estranea, a parte il rosso: .qui c’è il giallo, l’azzurro, dei grigi, oltre al nero e al bianco: ma alcune linee sottili e durissime ricollegano le Lettere alle Variazioni del libro di Villa (oltre che ai disegni a penna eseguiti in gran numero prima delle incisioni).

Sempre nel ’69 appare un’altra cartella, Bianchi e Neri Il, di sei tavole in litografia, calcografia e collage di  acetato,  in cui le forme sono  elementari senza essere geometriche e tuttavia ancora più nude e perentorie,  fino al punto nero e alla lievissima quasi impercettibile variazione cromatica che produce la plastica trasparente e incolore 

(l’ acetato) sul fondo bianco. Inoltre il bordo bianco del foglio è come se allontanasse e isolasse l’incisione non solo da quanto possa risultare contiguo, ma in uno spazio più teorico che reale, come quello delle geometrie non-euclidee.

Sempre del tipo sopra descritto è una grande litografia-calcografia (1970) intitolata Nero (cm 133 x 99), che in questo caso raggiunge quasi le proporzioni dei dipinti della serie.

Intanto in pittura Burri aveva ripreso su una scala assai più grande il motivo dei cretti, già realizzato una prima volta con il Tutto bianco esposto alla Biennale di Venezia del ’58.  Nasce così la serie dei Cretti dove le spaccature o screpolature, con ritmo e profondità variati, interessano parte della superficie, oppure tutta la superficie.  Anche nell’incisione Burri realizza una serie di otto grandi Cretti (fino ad un metro), o tutti bianchi o tutti neri, privi di margine. Sono le incisioni più vicine alla pittura, quasi da scambiarsi con essa (1971 ).

A questa serie seguono, fra il 1971 e il 1972, quattro litografie -calcografie con collage d’acetato (tutte, come le precedenti, edite dalla 2RC): e rispettivamente Nero (1971 ), Grande Bianco e Nero e Grande Bianco(1971 ), Presenza grafica (1972).

Parlando della grafica di Burri si sono elencate alcune serigrafie a  colori: queste derivano da una serie di piccole tempere, che Burri aveva cominciato a dipingere molti anni prima, in seguito riprese, poi continuate sino ad oggi, più che altro in funzione della produzione serigrafica. Questa serie di tempere rappresentano un cammino parallelo poco o nulla interferente con l’attività pittorica svolta,  si direbbe,  in maiuscolo.  L’attacco con una  tradizione è difficile da trovare,  perchè,  sebbene  siano rigorosamente opere astratte,  non si ricollegano necessariamente a nessun filone consacrato dell’ astrattismo . In realtà il Burri di queste tempere è come in libera uscita e scopre colori, prima eliminati,  colori  puri,  vivaci,  contrastanti ma non complementari, forme semplici che s’intrecciano come in un caleidoscopio, spesso d’una grazia a cui la «terribilità» del Burri più universalmente noto non ci aveva certo abituati.