Alberto Burri

opere grafiche – 1973-1977

Testo di Maurzio Calvesi

Il rapporto tra pittura e materia , che è sempre stato al centro dell ‘opera di Burri, non è divergente, ma convergente. I sacchi, i ferri, i legni, le plastiche non hanno mai costituito un’alternativa al colore, ne sono stati invece una manifestazione. Burri non divide in due, né la pittura né la realtà , tra apparenza (colorata, ingannevole) e sostanza materiante; proprio in questo consiste la sua rivolta contro la tradizione, che valutava l’immagine dipinta, per l’appunto, come «apparenza ». E altro non poteva essere la pittura, finché il suo compito fu quello di riprodurre il visibile, ridurre la realtà ad immagine «figurativa», coglierne l’apparenza.

Questa via fu abbandonata, come ben sappiamo, dall’astrattismo, che manifestò l’ambizione di rendere autonoma la pittura, conferendole la dignità e lo statuto di una realtà a se stante, semplicemente parallela a quella naturale, manifestazione del visibile accanto ad altre manifestazioni del visibile, oggetto tra altri oggetti. Abbandonato il millenario ruolo di specchio dell’apparenza, o di apparenza dell’apparente, la pittura si trovò tuttavia ad un bivio, di cui inizialmente fu imboccato il solo corno destro, o idealistico ,mentre l’altro , fenomenologico o «materialistico», fu scoperto e praticato da alcuni artisti della generazione di Burri : intendo Burri stesso, Pollock, e solo dopo anche da altri.

La prima soluzione consisteva nel contrapporre all’idea e al ruolo, di apparenza, l’idea e il ruolo dell’essenza: la pittura coglieva e incarnava un’essenza, mistica o razionalistica che fosse, o tutte e due insieme . Il colore, già registro dell’apparenza, diventava il registro di pure interiorità mentali o psichiche, come del resto le linee, le forme. La seconda soluzione, quella di Burri, valutava la pittura come puro fenomeno, dunque apparenza e sostanza insieme, colore, materia e forme: forme e colori organici e materiali come qualsiasi materia e pertanto intercambiabili con le materie, nell’uso pratico e mentale. Di qui la mai cessata sopravvivenza del colore, anche nel senso di puro pigmento pittorico, nell’opera di Burri di qui il parallelismo, proprio negli anni più clamorosi delle «muffe», dei «catrami» o dei «sacchi», di questi nuovi materiali pittorici con una serie di tempere affidate al puro pigmento, di qui la potente riproposta del pigmento specie nelle recenti acqueforti e serigrafie. Un colore, dunque, che non sta per null’altro da sé, unica forma di autentico «astrattismo», se vogliamo, giacché nell’astrattismo tradizionale il colore, benché non più asservito all’apparenza, «rimandava» pur sempre, come in trasparenza, ad altro a indefiniti mondi o sopramondi. Non a caso l’astrattismo tradizionale privilegiava, spesso, stesure leggere, vibranti, sfumate, magari l’acquarello; il colore di Burri invece, nonché cessare ogni dialogo con l’apparenza, ha abdicato ad ogni trasparenza, ed ha incorporato, a testimoniare il proprio statuto di «materia», la sensazione del peso. Questo «peso» – questa densità – questa massa governano anche le forme d’aggregazione del colore, che sono forme organiche, dicevamo, e organiche anche nel senso di una similitudine con le forme della vita, ma senza indulgere al biomorfismo ameboide dell’astrattismo dada-surrealista (Arp, Mirò); l’organicità consiste piuttosto 

nell’obbidienza delle forme, degli impulsi di aggregazione, ci.elle canalizzazioni di flusso, delle interruzioni secondo forti cesure ed incastri, nella loro obbidienza ad una legge o logica, appunto, del peso, della densità, della massa (energia): un ammassarsi, allora, un addensarsi, delle forme o colori, un reciproco gravitare, un cementarsi.

«Non murata ma viva», diceva Vasari della Farnesina, murati vivi, o vivi come un muro diremo noi dei colori di Burri, cloisonnati magmaticamente senza cloisonné, incastonati a vivo come ciottoli felici in una calce rossa, nera, verde, tagliata e pressata come da una cazzuola di precisione su fogli che non sono fogli ma blocchi, concrezioni.