Studio Graham Sutherland

2RC Stamperia d’arte
Mentone
Testo di Valter Rossi da La vita è segno

Per noi, andare a Mentone era un vero piacere. Per anni fu una tappa primaverile e autunnale assolutamente naturale; ci permetteva ogni volta di trovare le condizioni ideali per far nascere progetti complessi, molto intriganti e provocatori sotto un profilo tecnico per noi, e per Graham creativo.

Lavoravamo completamente isolati, in una atmosfera surreale, con ritmi legati alle abitudini dell’artista. Molte volte, incuriosito, ci sorprendeva con le sue apparizioni, ma doveva arrendersi ai tempi tecnici necessari ed indispensabili nei vari passaggi, prima di arrivare alla stampa.

Nelle ore di attesa in quello studio, l’occhio spaziava per centottanta gradi sul mare; non mi stancavo mai di guardarlo e la mia mente navigava ben più lontano, raggiungendo infatti la mia barca e avendo spesso la sensazione di esserci sopra.

Eleonora amava passeggiare nel giardino dove le piante erano ricche di fiori e frutti per la grande cura e per la fortuna di godere un clima mite, in quell’area, anche in inverno.

Fu lì che iniziò ad occuparsi seriamente di botanica. Le sue nottate dipendevano dal numero di libri che si ammucchiavano ben oltre il suo ritmo di lettura.

Si passeggiava in quel giardino ogni giorno con Graham per andare dalla sua casa allo studio e per tornare. Facevamo ogni volta un cammino diverso perché lui cercava di cogliere un particolare della natura in contrasto con il bello assoluto che ci circondava.

Allora lo fermava con semplici segni e riferimenti sul suo sketch book.

Una volta nel suo studio, elaborava quel particolare separandolo dal contesto in cui lo aveva colto e lo inseriva in un ambiente completamente astratto e surreale rispetto all’origine, da cui era stato quasi estirpato.

Sapevo fin dall’inizio che Sutherland non voleva nessuno nel suo spazio di lavoro. Anni prima, a Parigi, nella stamperia di Morlot, avevano attrezzato una parte dell’atelier con una tenda per separare l’artista dagli stampatori, nei momenti in cui lavorava.

Questa è un’esigenza che hanno molti artisti. Bisogna essere presenti con riserbo e sensibilità, solo quando l’artista ne sente il bisogno, un attimo prima e non un attimo dopo.

In questo modo la presenza del tecnico diventa indispensabile e piacevole.

Graham ammise, solo in seguito, che eravamo stati i primi, nella sua vita, a essere presenti attivamente e positivamente alla nascita di una sua opera.

Ricordo che nei lunghi viaggi da Roma a Villa Blanche con Eleonora, cercavamo di prevedere il modo giusto per rendere spontaneo e piacevole il lavoro di Graham con noi.

Per la visione così particolare dell’artista sull’argomento “natura”, dovevamo lasciare vasti spazi all’immaginazione. Poi ci toccava compensare con degli espedienti senza lasciar dubbi sul processo tecnico in modo che tutto fosse logico.